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02/09/2008 - Posti esauriti per le romanze del bel canto
Da Verdi a Puccini, dal melodramma strorico a quello verista, passando dalle forti tinte di Ponchielli e Leoncavallo stasera viaggiamo in 50 anni del genere più popolare in Italia. Si, perché l’opera è un genere che ha abbattuto le barriere soprattutto tra 800 e 900, con la sua capacità di penetrazione negli strati più diversi di una società rigidamente organizzata come quella di quegli anni così particolari. E questo per la sua forza di imporsi non solo nei teatri e presso chi consumava musica in modo “canonico”, ma anche presso chi in un teatro non sarebbe mai entrato e forse l’avrebbe visto solo da fuori, dalla piazza, nel giorno del mercato. Ma quante erano le Norme e le Amneris, le Tosche e le Adalgise, gli Otelli e i Radames, financo i Lohengrin sparsi nelle campagne soprattutto in terre come l’Emilia e la Romagna che l’opera la respiravano anche quando non volevano! Là dove nelle chiese di campagna gli organi avevano la “Banda” tra i registri e la musica da chiesa era fatta coi temi delle arie celebri. Là dove ogni paese aveva la sua “filarmonica” che suonava i pezzi famosi delle opere in voga e dove suonavano, spesso “a orecchio”, contadini bottegai e artigiani (sempre) che diventavano musicisti nel giorno della festa del santo patrono. Là dove a volte Otello e Chénier, Butterfly e Tosca, Desdemona e Radames sarebbero diventati nuovamente gli eroi del sogno e della fantasia, mai così vicini eppure mai così lontani. Perché il giorno dopo tutto sarebbe tornato come prima e Lohengrin sarebbe tornato ad essere solo il nome del fattore. Maria Chiara Mazzi

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